I motivi che spingono le aziende ad innovarsi con le startup

“Acquisire” l’innovazione è una delle prerogative delle aziende. Alcune per farlo cercano le startup come un’ipotetica scorciatoia al pensiero creativo. Possono essere innamorati del prodotto, del servizio o anche dal punto di vista social, ma devono capire che un investimento in tempo e denaro richiede una giustificazione più solida. Una buona struttura garantisce più alte possibile di successo ed è ciò che le aziende dovrebbero cercare quando valutano idee su come “acquisire” l’innovazione. Le attività delle startup sono in linea con gli scopi e le esigenze della compagnia? Come si può distinguere una partenza sorprendente da un fuoco di paglia? Tutta l’innovazione è creata allo stesso modo?

Secondo numerose ricerche, far parte di un incubatore o di un acceleratore di business garantisce maggiore possibilità di successo. L’avvio di startup tramite programmi è il miglior esercizio in termini di efficienza e mitigazione del rischio. Ma quali sono le ragioni che spingono le aziende a cercare startup per l’innovazione? Avere una visione più ampia del motivo per cui si prendono di mira le startup è un primo passo importante per definire le aspettative. In che modo i leader dell’innovazione aziendale possono spiegare perché si rivolgono alle startup come fonti di idee, miglioramenti del prodotto e nuovi canali? Cosa possono aspettarsi dalle collaborazioni e persino dagli investimenti? Cosa possono comunicare internamente quando passano il tempo a cercare “cosa c’è là fuori” ?

Burocrazia più snella e voglia di pensare fuori dagli schemi

Le grandi aziende, nel tempo, si impantanano per processi e status quo. Sviluppano portafogli e lavorano per mantenerli con una crescita costante. Nel mondo di oggi, le grandi aziende sanno che devono innovare e per farlo, hanno bisogno di cambiare la loro mentalità. Sebbene possano capirlo intellettualmente, trovare concretamente nuove idee risulta complicato. Assumere nuovi dipendenti spesso non risolve il problema. Ciò di cui le aziende hanno bisogno è l’accesso all’innovazione che rappresentano la base di alcune startup: snelle, affamate, astute e senza paura di pensare fuori dagli schemi.

Spesso guardare all’interno dei propri ranghi non produce un approccio imparziale né creativo. Guardare all’esterno è una soluzione. Le startup diventano la chiave per trovare versioni innovative anche del marchio di una società, con prodotti o servizi che possono diventare complementi o estensioni intelligenti. Gli incubatori di imprese e gli acceleratori permettono all’azienda di ridurre i pericoli a le proprie risorse in caso di fallimento. In caso di successo, l’azienda produce un nuovo prodotto o servizio in modo più veloce grazie a meno burocrazia e processi più snelli. Questo è probabilmente il motivo per cui si cercano le startup come un modo per trovare l’innovazione.

Settori poco conosciuti

Oltre 700 incubatori e acceleratori in tutto il mondo permettono alle startup di portare sul mercato un prodotto minimo vitale, testarlo e poi rielaborarlo secondo necessità. Possono reagire più rapidamente alla ricezione del mercato e adeguare l’offerta. Le aziende, a loro volta, trovano il modo di testare le idee in specifiche aree geografiche o segmenti di clienti, in modo rapido, grazie alle collaborazioni con le startup.

Una società consolidata potrebbe non capire come applicare tendenze come Intelligenza Artificiale, Internet of Things, Big Data, Gamification e anche la Digital Health a prodotti, servizi e operazioni esistenti. La maggior parte delle startup in tutto il mondo sta lavorando all’interno di queste aree., un aspetto ritenuto fondamentale per avere un futuro. Si immagina quindi di incorporare una di queste realtà nel proprio tessuto aziendale. Spesso anche solo per una sessione di consulenza o per catturare idee.

Affidarsi ad attori in grado di capire l’innovazione

Del resto le aziende si trovano di fronte a una pressione costante per rimanere competitive. Cercare l’innovazione tramite partnership con incubatori di imprese e acceleratori e persino investimenti diretti e collaborazioni con le startup sono certamente dei modi per essere sempre all’avanguardia. Ovviamente per fare ciò c’è bisogno di una guida che permetta di capire le potenzialità di una startup e come possono essere sfruttate da un’azienda.

Si arriva quindi a creare un attore che fa da tramite tra la startup e l’azienda. Può quell’idea o quell’innovazione servire? È compatibile con ciò che cerca l’azienda? Per farlo ovviamente bisogna operare in maniera mirata ed efficiente per questo sempre più realtà si affidano ad attori che possano creare innovazione reale, efficace e replicabile.

Startup, cosa fare dal primo giorno per avere successo

Iniziare una nuova attività è sempre un atto di coraggio e di grande personalità. Scommettere su se stessi ed entrare nel mercato è però un percorso ricco di ostacoli da gestire nella maniera più razionale. “Chi ben comincia è a metà dell’opera” non è solo un proverbio, ma anche un prezioso consiglio da considerare quando si dà vita ad una startup. Iniziare con il piede giusto è fondamentale perché non garantirà che l’azienda abbia successo ma riduce le probabilità che la stessa fallisca. Uno degli aspetti da considerare è quello di iniziare l’attività mentre si ha ancora un lavoro a tempo pieno. In questo modo si avrà la possibilità economica di sopravvivere fino a quando la startup non decollerà. Si tratta di un percorso difficile, ricco di insidie e che occuperà tantissimo tempo, quindi perché farlo da soli? È necessario avere il supporto di amici e familiari e perché no di mentori che possano dare una mano e regalare preziose idee.

Sono tanti i consigli per lo startupper agli inizi:

  • costruire una base di clienti prima di avviare ufficialmente
  • scrivere il piano aziendale
  • condurre ricerche di mercato per capire meglio il settore e il pubblico di destinazione
  • assumere professionisti adatti per determinate mansioni
  • individuare modi per finanziare l’attività
  • analizzare le proprie responsabilità legali e fiscali fin dall’inizio.

I consigli degli esperti

Tra gli aspetti da non sottovalutare c’è la connessione con le altre startup. Non si deve vivere il settore come una lotta serrata, ma bisogna invece sviluppare un buon rapporto con gli altri attori. Anche se si offrono prodotti o servizi simili, ognuno ha una propria specializzazione e dare credito per specialità che vedono eccellere i competitors potrà tornare utile nel futuro.

Esistono poi alcuni consigli, supportati anche da grandissimi esperti del settore, che possono permettere ad una startup di partire con il piede giusto. Iniziare un’attività può essere eccitante ma anche rappresentare una delle scelte più spaventose della vita di un imprenditore. A causa del rischio e della paura del fallimento, la maggior parte delle persone non segue mai i propri sogni. Non bisogna permettere che queste scuse controllino la vita, ma affrontarle. Per farlo però bisogna assumere la squadra giusta e delegare ciò che si può. È questo il punto focale dell’attività.

L’importanza del team

Cercare di fare tutto da solo è la strada unica per il fallimento. Per evitare il burnout bisogna concentrarsi su cosa si sa fare meglio e delegare tutte le altre attività a persone in gamba e fidate. Dalle attività amministrative all’assistenza clienti, ogni aspetto della startup deve essere sostenuto da un gruppo di persone capaci. Per farlo è necessario costruire una squadra ben equilibrata e coordinata che abbiano talento e competenze. Il team che lavorerà per la startup sarà il fondamento della stessa e dovrà essere costituito anche da esperti che possano portare idee e che siano flessibili. Solo in questo modo di potrà avere un ambiente di lavoro divertente, produttivo, motivato, affidabile, rispettoso ed equilibrato. Per avere un team bilanciato, i componenti dovranno coprire tutte le aree necessarie per far funzionare la startup nel rispetto dei ruoli.

Così come per i competitors, i clienti, i familiari o gli amici, anche in un team si deve lavorare con la predisposizione a conoscere e riflettere sulle idee degli altri. Chiunque potrebbe avere una nuova idea o una soluzione a un problema e il feedback di un componente del team potrebbe riflettere ciò che pensano i clienti. Allo stesso tempo, bisogna fidarsi anche dell’istinto. Come disse una volta Steve Jobs: “Abbi il coraggio di seguire il tuo cuore e la tua intuizione, in qualche modo sanno già cosa vuoi veramente diventare, tutto il resto è secondario”. Ovviamente per farlo bisogna avere fiducia e stima nei confronti delle persone che compongono il team. Senza queste due caratteristiche non ci sarà mai l’unione di intenti necessaria per fare la differenza e raggiungere il successo.

Investire nelle Pmi, un percorso all’insegna dell’innovazione

Il 25 marzo scorso CrowdFundMe ha iniziato le negoziazioni sul mercato Aim di Borsa Italiana. Si tratta del primo portale di equity crowfunding che arriva alla quotazione. Il presidente Tommaso Baldissera ha dichiarato: «La nostra è un’equity story esemplare. Iniziando solo pochi anni fa, con
una società fintech che offre una piattaforma innovativa di equity crowdfunding, abbiamo finanziato la crescita con equity trovato anche tramite la nostra piattaforma. 1126 soci di allora ci hanno seguito per approdare oggi in Borsa con una raccolta che ci permetterà di implementare la strategia di consolidamento della nostra posizione di  leadership. La nostra Ipo sarà indubbiamente da esempio per tutti i nostri clienti che vogliono crescere».

Un percorso all’insegna dell’innovazione

È solo il primo passo di un percorso all’insegna dell’innovazione. Per farlo ha messo sul mercato il 30% del capitale sociale e raccolto 2,8 milioni di euro. «Nel 2018 abbiamo raccolto 8,7 milioni di euro, in aumento rispetto ai 3,5 milioni dell’anno precedente (+149%), con oltre 4mila investimenti
(contro i 1.700 del 2017). Dalla piena operatività del 2016 a oggi sono già 45 i progetti di successo lanciati attraverso CrowdFundMe (la medaglia d’oro va alla seconda campagna di Glass To Power: 2,2 milioni raccolti da 495 investitori, in soli 30 giorni). E per il 2019 le prospettive sono entusiasmanti.
Governo e Parlamento puntano forte sull’equity crowdfunding: la legge finanziaria del 2019 ha stabilito la possibilità per i portali di collocare, a partire da quest’anno, anche i mini bond delle Pmi».

I successi di CrowdFundMe

Questo aspetto apre un mercato da 1,3 miliardi di euro. Sono molte le campagne di equity crowdfunding concluse con successo da CrowdFundMe. Tra queste c’è  CleanBnB, Winelivery e èPasta. La prima è una piattaforma che libera i proprietari di appartamenti per affitti breve termine dalle incombenze legate alla gestione e alla pulizia. Winelivery è un e-commerce specializzato in vino e alcolici (con oltre 1.200 etichette), con consegna gratuita in 30 minuti, mentre èPasta offre pasta fresca cucinata e condita al momento in modalità take away attraverso container attrezzati con elementi di cucina industriale posizionati in strade, piazze, centri commerciali, stazioni e punti di passaggio. Tutte e tre sono in netta espansione con prospettiva di crescita importanti, ma soprattutto con una solidità rassicurante per il futuro. Investire nelle Pmi rappresenta in questo momento una delle forze principali che l’Italia deve sfruttare.

L’impatto della tecnologia 5G sull’industria e sulle nostre vite

Il CES 2019 ha mostrato come questo sarà finalmente l’anno in cui la connettività 5G arriverà sul mercato sotto forma di dispositivi mobili, infrastrutture e servizi residenziali. Uno sviluppo che dovrebbe alterare completamente il modo in cui ci colleghiamo al mondo. Il termine 5G significa tecnologia cellulare di “quinta generazione” e rappresenta l’insieme degli standard adottati dal settore nel 2017 come passo successivo dalle connessioni 4G LTE. Gli standard coprono un sacco di tecnologie diverse, ma la cosa fondamentale da sapere è che ci si aspetta che fornisca velocità di download e upload molto più veloci rispetto alla tecnologia LTE, fino a 100 volte più veloce con una affidabilità molto maggiore rispetto a quella attuale.

Cosa cambierà con la tecnologia 5G

La tecnologia 5G raggiunge questo tipo di velocità in parte utilizzando tutte e tre le gamme di spettro che possono trasportare segnali radio. In un recente panel al CES Research Summit, Joe Mosele, Vice Presidente di AT & T Mobility per IoT Solutions Business Development, ha dichiarato che “ciò che sarà il 5G sarà definito dall’utente. Penso che ci sia ancora molto altro da fare con il 5G, che avrà un impatto su tutti gli aspetti della tua vita”. Dalle città intelligenti e dall’IoT alla vera telemedicina. 5G h07a la capacità tecnologica di stimolare l’innovazione in tutte queste aree della nostra vita in una sinergia connessa.

Qualcosa che non abbiamo ancora visto dall’invenzione di Internet stessa, solo su su una scala più ampia.  Il 5G consentirà la creazione di una rete veloce, a cui sarà collegato ogni singolo dispositivo. Tutto sarà connesso e gestibile da remoto attraverso una rete veloce e a bassa latenza.

L’impatto sull’industria

Ovviamente anche l’industria sarà coinvolta in questa rivoluzione. La prima riguarda l’intelligenza artificiale, infatti gli smartphone saranno connessi con computer e sistemi intelligenti in grado di migliorarne le performance. Basterà pronunciare una frase perché un server cloud restituisca la traduzione in un’altra lingua in tempo reale. Il 5G è una delle tecnologie su cui fa affidamento l’industria. Questa velocità e capacità di connessione permetterà di controllare a distanza robot e dispositivi tecnici, anche in ambienti pericolosi per l’uomo.

Il 5G fornirà inoltre alle aziende produttività e connettività migliorate, ma nonostante offra maggiori opportunità rispetto alle tecnologie precedenti, garantirne la sicurezza sarà un problema. Pertanto, l’obiettivo della nuova tecnologia è quello di fungere da catalizzatore delle nuove tecnologie, che saranno di fondamentale importanza per le aziende nei prossimi anni. Seconda una ricerca Toshiba, il 5G è stato indicato dai leader IT come il fattore che probabilmente guiderà nei prossimi anni l’implementazione degli smart glass per le applicazioni industriali e professionali.

Competenze difficili da reperire, ecco il primo ostacolo della crescita

Un’indagine svolta dalla Camera di Commercio Italo-Germanica in collaborazione con Ipsos e con la partecipazione di Aldai-Federmanager, ha nuovamente messo in risalto il problema relativo alle competenze per gestire la digitalizzazione in corso. Tutte le aziende intervistate sanno in cosa consiste la digitalizzazione e il 68% la sta implementando. Ben l’89%, però, incontra degli ostacoli. E il principale è proprio la mancanza di competenze specifiche per gestire la complessità tecnologica.

Le competenze più richieste

Il problema è riscontrato da un’azienda su due (ben il 46%). Gianni Brugnoli, vicepresidente di Confindustria per il capitale umano, spiega l’emergenza lanciata dall’indagine: «Abbiamo monitorato le esigenze di sei settori industriali e abbiamo visto che nel giro di tre anni verranno a mancare 193 mila profili. In pratica sarà impossibile fare un’assunzione su due. Se non abbiamo teste e mani, il made in Italy non ce la fa. Questo problema andrebbe messo al primo posto dell’agenda politica. E non c’è tempo da perdere».

L’indagine permette di capire anche quali competenze 4.0 sono tra le più richieste. I quadri hanno bisogno di competenze statistiche e analitiche. Gli impiegati dovrebbero avere competenze nell’IT sia di base che avanzate. Gli operai necessitano di skills di meccatronica e automazione industriale. Per quanto riguarda i dirigente si richiede la capacità di risolvere i problemi e un pensiero originale. La percezione è che si debba puntare ad un piano di intervento straordinario. L’ultima legge di Bilancio ha mantenuto (su pressione delle imprese) il credito d’imposta sulla formazione 4.0, ma leggermente rimodulato. In percentuale maggiore (50%) per le piccole imprese e poi via via scalando al crescere dell’azienda.

Le incongruenze riscontrate

Gerhard Dambach, vicepresidente della Camera di Commercio italotedesca, evidenzia le incongruenze presenti attualmente durante questa delicata fase di rinnovamento: «Da una parte solo il 13% degli intervistati conosce le tecnologie nel dettaglio, dall’altra il 68% sta implementando industria 4.0: qualcosa non va. Fa riflettere anche il fatto che tra i principali ambiti di inter esse si segnalino l’IoT, l’Internet delle cose e l’analisi dei dati. Si tratta degli ambiti più complessi della digitalizzazione: perché puntiamo cosi in alto se non abbiamo le competenze a bordo?».
Gerhard Dambach mette in evidenza gli ostacoli organizzativi che rallentano questa rivoluzione: «La digitalizzazione soffre della resistenza di una parte del management che spera di arrivare alla pensione senza cambi nella gerarchia. Alla fine bastano pochi per bloccare un’intera organizzazione».

Arriva il “Fondo nazionale per l’innovazione” per le start up hi-tech

Alle Officine grandi riparazioni di Torino verrà annunciato il Fondo nazionale per l’innovazione. Un incubatore di start up tecnologiche per aumentare la penetrazione del venture capital. L’investimento privato nel capitale di rischio vale mezzo punto di Pil, sette volte meno che in Germania, un ventesimo della Gran Bretagna. La Stampa riporta che i tassi di crescita dell’investimento in venture capital oscillano attorno al cinque per cento annuo, un terzo di quel che avviene nel resto d’Europa. Un mercato che stenta a decollare per diversi fattori come la scarsa propensione al rischio dei capitalisti italiani, scarsi incentivi fiscali, un mercato finanziario troppo piccolo, allergia alla concorrenza, l’eccessiva invadenza dello Stato imprenditore.

L’obiettivo di arrivare ad un miliardo di euro

Il veicolo dell’esperimento pubblico sarà lnvitalia Ventures sgr. Controlla due fondi chiusi con dotazioni modeste: 87 milioni il primo, 250 il secondo per il sostegno delle imprese al Sud. L’amministratore delegato di Cassa Fabrizio Palermo punta ad un capitale di un miliardo di euro: «Porteremo il venture capital sul territorio, facendo leva su filiere industriali, università e incubatori». Cassa Depositi e Prestiti dovrebbe gestire il 70% dei fondi secondo la manovra prevista dallo Stato. Con direttiva del Ministero dello Sviluppo si stabiliscono «contenuti e termini
della cessione, modalità di esercizio del diritto di opzione, criteri di governance perl’esercizio dei diritti di azionista sull’eventuale quota di minoranza». La direttiva prevede che lnvitalia faccia a Cdp una proposta irrevocabile di vendita entro trenta giorni dall’adozione della direttiva.

Invitalia e Invitalia Ventures

«Italia Ventures 1» oggi può finanziare progetti fra cinquecentomila euro e cinque milioni. Nel fondo, oltre allo Stato, ci sono Banca europea per
gli investimenti, Cisco, Fondazione di Sardegna e gruppo Metec. Il Fondo ha in portafoglio le quote di una decina di imprese. Sul sito di «lnvitalia Ventures 2» non c’è invece traccia di investimenti. Non sono coinvolti altri investitori, e si promettono investimenti fra i cinquee i dieci milioni a impresa.

La manovra stabilisce che il Mise può autorizzare la cessione a Cassa Depositi e Prestiti da parte di Invitalia di una quota di partecipazione – anche di controllo – detenuta in Invitalia Ventures, nonché di una quota di partecipazione nei fondi da essa gestiti. In caso di cessione – prevede la norma – la gestione delle attività e delle risorse già affidate a Invitalia potrà sia restare in capo al medesimo gestore oppure potrà essere ridefinita.

Invitalia è l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del Ministero dell’Economia. Invitalia Ventures è la SGR del gruppo Invitalia lanciata nel 2015. Gestisce il fondo “Italia Venture I” destinato ad investimenti in equity in piccole e medie imprese (pmi) e startup innovative, operando in co-investimento con operatori privati nazionali e internazionali.

Lombardia, sei milioni alle imprese edili per l’innovazione

La Lombardia punta senza mezzi termini all’innovazione e offre 6 milioni di euro come contributi per le micro e piccole imprese che vogliono acquistare nuovi impianti e macchinari innovativi. Il bando «Faber» sostiene gli investimenti produttivi ed è rivolto alle micro e piccole imprese manifatturiere, edili e artigiane che hanno almeno una sede operativa o un’unità locale in Lombardia.

A chi è rivolto “Faber”

Con la misura si finanziano interventi relativi all’acquisto e all’installazione per esempio di macchinari, impianti e attrezzature, macchine operatrici, hardware e software e licenze correlati all’utilizzo dei beni materiali, opere murarie connesse all’installazione dei beni materiali. L’assegnazione del contributo avviene sulla base di una procedura valutativa a sportello, secondo l’ordine cronologico di invio telematico della richiesta. L’importo dell’agevolazione, a fondo perduto, sarà pari al 40% delle spese considerate ammissibili. Il limite massimo è di 30 mila euro, mentre l’investimento minimo è fissato in 15 mila euro.

La domanda di contributo dovrà essere presentata esclusivamente online sulla piattaforma informativa http://www.bandi.servizirl.it a partire dalle 12 del 5 marzo 2019 fino alla stessa ora del 10 aprile. L’iniziativa “risponde alle esigenze vere del nostro tessuto produttivo fatto soprattutto di micro e piccole imprese. È un primo segnale importante nato dall’ascolto delle categorie e dalla collaborazione proficua. Il metodo della Regione Lombardia con il presidente Attilio Fontana è instaurare dialogo e confronti. Lo scopo è creare efficienza e costruire strade che sostengano la crescita e il lavoro”. Queste le parole dell’assessore regionale allo Sviluppo Economico Alessandro Mattinzoli.

Gli altri bandi lanciati

“Ogni nostra impresa è ‘Faber’ perché quotidianamente crea, lavora e produce affrontando mille sfide. È nostra intenzione estendere il più pos- sibile questa misura in base alle risorse disponibili in futuro” l’impegno dell’assessore. Faber non è la prima iniziativa a favore delle attività produttive. Tra gli bandi lanciati c’è quello Ies che prevede 9 milioni di euro (8 stanziati dalla Regione, uno dalle Camere di commercio) per finanziare gli investimenti in sicurezza e sostenibilità. Ben 45 domande per la misura sicurezza, un segnale del successo dell’iniziativa. Queste ultime hanno un valore di 189 mila euro. Sono invece 98 le domande per la misura sostenibilità ambientale. Le sono pari richieste a 775 mila euro. In totale le domande da tutta la Lombardia sono state quasi mille in sette giorni, per un valore di circa 6 milioni di euro.

La crescita del digitale nelle Pmi, previsioni ottimistiche per il futuro

Una ricerca Intesa Sanpaolo Research su dati Netconsulting ha attestato la crescita del digitale nelle Pmi. L’analisi riguarda il triennio 2018-2020 e si prospetta che il mercato del digitai market italiano crescerà del 3%. Secondo i dati pubblicati si prevede che il ruolo trainante che porterà ad una crescita così importante sia dato dai digital enablers, per cui si prevede un incremento del peso sul totale del mercato nello stesso periodo da 18 a
22 punti percentuali.

Digitalizzazione fattore di leadership

L’evento IT Day di Banca IMI ha permesso di analizzare un quadro decisamente ottimistico in vista del futuro. Nato con l’obiettivo di promuovere l’incontro delle società del settore IT con gli investitori istituzionali, l’evento ha permesso anche di avere un focus ben preciso sulle Pmi. L’istituto di credito infatti ha dedicato alle piccole e medie imprese un’unità della divisione Investment Banking per le operazioni di finanza strutturata.

«IoT, cloud, cybersecurity, big data, e ancora wearables e blockchain sono i driver della trasformazione digitale che sta interessando le piccole e medie imprese italiane. La digitalizzazione, declinata appunto sui cosiddetti digital enablers più che sull’IT tradizionale, è oggi sempre più un fattore di leadership discriminante sui mercati nazionali e internazionali». Questo il commento di Alberto Francese, analista di Banca Imi e curatore della ricerca, in un’intervista a Il Sole 24 Ore. Erano diciotto le pmi italiane presenti all’evento e attive nel campo IT&Technology: fra le altre Alkemy, TXT, Chili, Triboo, BE, Giglio Group, Expert System, Vetrya, Retelit, HFarm, Eurotech, Corvallis, GPI, WIIT, Intred, Lynx, Techedge, Digital Magics.

Le pmi presenti all’evento

«La trasformazione digitale ha guidato da sempre la nostra attività» dichiara Riccardo Donadon, presidente e amministratore delegato di H-Farm, nato come incubatore di startup. «In 12 anni abbiamo investito circa 27 milioni in progetti innovativi legati prevalentemente al digitai, oggi continuiamo a investire ma l’open innovation è diventato soprattutto uno dei servizi che mettiamo a disposizione dei nostri clienti che sono alla ricerca di innovazione. Abbiamo sempre cercato talenti, brevetti, iniziative interessanti, ma anche team in grado di portarle avanti». Oggi H-Farm è alla ricerca di partner per far crescere il settore education. Ci sono pmi che puntano sulla realtà aumentata come la TXT Group. L’impresa sviluppa soluzioni software per il mercato high tech. «Puntiamo su aziende anche piccole ma sane, che abbiano contenuti innovativi, da sviluppare» dichiara Enrico Magni, amministratore delegato.

In Italia vince chi innova, le startup battono le imprese tradizionali

Chi resiste di più tra imprese tradizionali e startup? Secondo gli ultimi dati a Milano vince chi innova, chi è impegnato in attività che si misurano con le innovazioni tecnologiche. A stravincere quindi sono le startup come emerge da un’analisi del Dipartimento mercato del lavoro della Cgil di Milano. Il risultato arriva dall’analisi delle startup innovative, iscritte nel registro della Camera di commercio, nella capitale italiana del settore. Al primo posto ci sono tutte le attività che si occupano della produzione di software, mentre i servizi informativi rappresentano il 15.8% di tutto il campione di riferimento.

La sopravvivenza delle startup e delle aziende

L’analisi è stata effettuata anche grazie ai dati di Unioncamere che ha studiato la resistenza nel tempo a partire dal 2013 delle stesse startup. Queste le parole di Antonio Verona, responsabile del Dipartimento: «Il risultato contrasta con lo stereotipo delle startup che hanno vita breve e scompaiono dopo poco tempo. Resistono meglio alle crisi rispetto ad altri tipi di imprese e quelle che escono dal registro non sono necessariamente “morte”. In alcuni casi hanno superato i 60 mesi dalla loro costituzione, in altri sono state acquisite da società più grandi o si sono trasferite fuori
Milano». La sopravvivenza media delle imprese di vario genere presenti nel territorio milanese nell’arco di quattro anni è del 70%: tre su dieci chiudono i battenti, «una quota decisamente inferiore a quella delle startup» e delle micro-imprese.

I dati che attestano il successo

L’85,1% delle startup avviate nel 2013 era ancora in attività nel 2017. La percentuale aumenta di ben cinque punti se si considerano quelle avviate nel 2014. Dalla ricerca emerge che solo l’11.6% delle startup vengono avviate da donne, e solo il 4% da stranieri (la media nazionale è del 2.8%). Al primo posto con 486 imprese il settore della produzione di software, seguito da servizi di informazione (186) e attività editoriali (33). «Non è la tipologia d’impresa a segnarne il destino e nemmeno la sua ragione sociale – spiega Verona – ma la sua prossimità con le innovazioni tecnologiche. Milano si conferma un territorio fecondo e capace di generare imprese destinate al successo e in grado di offrire lavoro».

Combattere la crisi? La digitalizzazione ci salverà

Gli ultimi dati dell’agenzia per la promozione delle aziende italiane all’estero hanno confermato la posizione in prima linea del nostro Paese nelle esportazioni. L’Italia è una delle maggiori nazioni esportatrici e manifatturiere a livello globale. Potenzialmente però si prospetta una situazione internazionale che sulla carta potrebbe richiedere un ulteriore salto di livello relativo alla competitività del nostro export.

Lo step successivo per affrontare i cambiamenti

Per farlo le piccole e medie imprese dovranno adattarsi ai tanti cambiamenti previsti dagli scenari globali. In particolare una strada da percorrere è costruita dagli investimenti nella digitalizzazione. Sin dalla presentazione del piano Industria 4.0, gli impatti positivi della tecnologia sull’adozione di strategie volte all’esportazione è stata lampante. Le pmi si sono adoperate per implementare soluzioni che permettessero loro di abbattere le barriere territoriali. Per farlo si sono scelti progetti di e-commerce, strategie di marketing digitale più mirate e in linea con le caratteristiche dei mercati di approdo, piani articolati volti al miglioramento dei servizi di vendita e di customer-care.

Tante aziende si sono operate per digitalizzare la fase del contatto diretto con mercati e clienti. La necessità è quella di passare allo step successivo: accelerare il processo di trasformazione digitale della propria catena del valore e di fornitura. Investire in maniera strategica sulle tecnologie di digital manufacturing, digitalizzare i processi produttivi per incrementare le capacità di personalizzazione dei prodotti, velocizzando il time-to-market e conte- nendo i costi di produzione.

Digitalizzazione e Internet of Things

Una recente ricerca dell’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano ha confermato che nel 2017 a guidare gli investimenti italiani relativi all’IoT è stato lo smart-metering (26% di un mercato che vale 3,7 miliardi di euro). Il merito è principalmente dovute alle norme legate al gas e all’installazione dei contatori elettrici intelligenti. In seconda battuta l’automotive che ha fatto registrare una quota degli investimenti pari al 22%. Un nuovo stadio prevede processi produttivi sempre più efficienti grazie alla limitazione degli scarti e alla riduzione dei blocchi delle macchine.

Le tecnologie con maggiore impatto potenziale sulle dinamiche della produzione industriale sono gli analytics predittivi di complemento e il cosiddetto Internet of Things. Si tratta della rete delle apparecchiature e dei dispositivi, diversi dai computer, connessi a Internet. Dai pezzi d’arredamento ai container per il trasporto delle merci, qualunque dispositivo elettronico equipaggiato con un software che permetta di scambiare dati con altri oggetti connessi può fare la differenza.