Industria 4.0, tutti i cambiamenti previsti dalle aziende

Una visione del futuro dove le imprese industriali potranno aumentare la propria competitività ed efficienza grazie alle tecnologie digitali. Con questa espressione si fa riferimento all’Industria 4.0 in grado di ridefinire gli standard delle produzioni con elevato contenuto tecnologico e inno­vativo. Macchine interoperabili e connesse al Cloud permetteranno di ottenere una mappa delle installazioni. Il controllo distri­buito, la manutenzione predittiva e l’analisi dei Big Data migliorano i processi e ri­ducono gli sprechi. Per far ciò c’è anche un’investimento nei centri di competenza e nelle organizzazioni tecnologiche.

Le priorità richieste dall’Industria 4.0

In questo scenario ci sono azien­de che da poco tempo hanno realizzato i propri investimenti. In questo modo hanno rinnovato le linee di produzione utilizzando le tecnologie più spinte dell’Industria 3.0.  L’accelerazione del mercato di questi ultimi due anni, impone un passo sostenuto. Infatti le nuove linee di produzione dovranno essere vicine ai reparti di ricerca e sviluppo. L’obiettivo è di accorciare il time to market e ridurre la filiera di produzione. Il tempo di risposta alle richieste del mercato si accorcerà. Le abitudini e le necessità degli utenti di oggi richiedono consegne veloci e prodotti
unici e personalizzati.

Cloud e Digital Innovation Hub

Da questo punto di vista è importante costruire un’autostrada telematica veloce che possa supportare un traffico pesante. La connessione internet a fibra ottica rappresenta un’opportunità di ottimizzazione dei co­sti e della sicurezza della propria infrastruttura telematica aziendale, potendo accedere ai servizi in Cloud. Inoltre con l’Industria 4.0 sta crescendo sempre più la parte dell’azienda che si dedica alla fornitura di servizi in Cloud posizionati su propri data center. Ciò consente di po­ter usufruire di centralini telefonici virtuali riducendo. A parità di servizio, i costi di un tradizionale sistema telefonico (da quelli del personale a quelli per la dotazione tecnologica) o di gestire in for­ma ottimizzata il sistema di sicurezza della rete aziendale, anche in funzione disaster recovery.

Da queste necessità nasce il D.I.H. (Digital Innovation Hub). Un nuovo modello organizzativo, definito a livello europeo e nazionale. Si costituisce allo scopo di rendere possibile a vari soggetti l’accesso ad avanzate compe­tenze tecnologiche e strumenti innovativi fa­vorendo la trasformazione digitale dell’in­dustria.

Numerose iniziative di D.I.H. sono state già avviate in Italia, sponsorizzate da organismi pubblici.

Pmi, la digitalizzazione favorisce la crescita

Uno studio condotto dal Centro universitario di organizzazione aziendale di Altavilla, in provincia di Vicenza, ha rilevato una stretta correlazione tra la crescita delle imprese manifatturiere e gli investimenti nell’innovazione digitale. Più si investe nella trasformazione tecnologia, più cresce il benessere delle imprese. Questi investimenti sono il risultato di una precisa scelta strategica delle aziende, a prescindere dagli incentivi del governo. 

La crescita delle Pmi virtuose

Solo il 14,3% di esse ha usufruito degli incentivi. Il 52,4% attende il rinnovo di questi strumenti per continuare a investire anche nei prossimi anni. Negli ultimi due anni l’84% delle Pmi virtuose hanno effettuato investimenti in ambito tecnologico. In particolare in macchine utensili computerizzate e software a supporto della trasformazione digitale. I benefici sono stati immediati per tutte le aziende interessate. 80 su 100 hanno affiancato anche la formazione per i propri dipendenti per rendere maggiormente efficace l’implementazione delle nuove tecnologie.

Una ricerca dell’Osservatorio sul digitale del Politecnico di Milano ha rilevato un aumento degli investimenti in innovazione digitale da parte delle imprese italiane per il terzo anno consecutivo. Il trend dovrebbe proseguire nel 2019 con un incremento del 2,6% nel budget degli investimenti in tecnologia. I settori più interessati saranno in particolare la dematerializzazione dei documenti, il big data analytics e i sistemi Erp.

Il mercato digitale nel 2019

C’è però un aspetto che preoccupa nonostante gli investimenti e gli sforzi fatti in merito alla formazione. I dipendenti delle Pmi mostrano infatti abitudini comportamentali scorrette in tema di sicurezza informatica. Una ricerca di Opinium Research su oltre 1.500 dipendenti di 4 Paesi europei tra cui l’Italia, ha evidenziato come il 70% degli interpellati non pensa che utilizzare un dispositivo non autorizzato (per esempio una semplice chiavetta Usb) rappresenti un pericolo, mentre il 64% pensa che non lo sia nemmeno scaricare musica o film.

Si prevede che nel 2019 esso arrivi a superare i 72.200 milioni di euro, e relative previsioni di crescita anche nel 2020 fino a 74.500 milioni di euro.
Questi numeri incoraggianti sono legati alle dinamiche delle ICT. Nel 2017 hanno fatto registrare un incremento dell’1%, e alla grande diffusione dei Digital Enabler (IoT, Cybersecurity, Cloud, Big Data, Servizi Web e Mobile Business), il cui mercato è cresciuto del 16,7%. Il comparto ICT continuerà infatti a crescere nei prossimi anni con una velocità dell’1,2%. Il tasso di incremento è comunque un segno di miglioramento rispetto al passato recente. Contribuisce a rafforzare i segnali positivi sulla digitalizzazione in Italia.

HeartWatch, la startup italiana che salva la vita ai malati di cuore

Open Innovation Contest seleziona ogni anno le startup più innovative a livello internazionale in ambito information and communication technology. Quest’anno HeartWatch ha vinto l’edizione italiana e il 13-14 marzo a Tokyo si sfiderà con le altre 19 startup scelte nelle altre città del mondo. Il premio finale è un percorso intensivo di tre mesi. NTT DATA Corporation non solo si impegnerà ad incubare la startup ma anche a proporre la sua soluzione ai propri clienti potenzialmente interessati.

NTT DATA Corporation, una multinazionale che si occupa di system integration, servizi professionali e consulenza strategica, organizza da ormai nove anni questo contest. Per questa edizione sono state ricevute circa 50 candidature, che si aggiungono alle oltre 500 ricevute in tutto il mondo. Ognuna delle startup che ha presentato un progetto si è misurata con uno degli ambiti di applicazione proposti quest’anno: IoT – Industrial, Wearable e Public Infrastructure, Artificial Intelligence, Healthcare, Energy, Online e Digital Marketing, Augmented Reality, Physical Security and Access Control, Corporate Sustainability.

HeartWatch, la startup nata da esperienze di vita reale

HeartWatch è una soluzione per il monitoraggio video dei dati vitali e dei movimenti dei pazienti ricoverati in strutture sanitarie.

«Tutto è iniziato da un’esperienza personale, quando ho perso mio nonno per problemi cardiaci non diagnosticati» spiega Guido Magrin, 24 anni, di Monza. Cinque anni fa l’idea di creare un dispositivo che evidenzia piccoli disturbi (come aritmie), in grado di annunciare problemi più gravi (infarto e ictus). Guido e alcuni amici iniziano a lavorare sull’idea e sulla startup HeartWatch coi medici del San Raffaele di Milano. Poi entrerà in azienda Luca Iozzia, dottorando in Ingegneria biomedica presso il Politecnico di Milano. Prima un’app che collega un braccialetto allo smartphone, poi la svolta a Dubai dopo aver raggiunto la finale mondiale di Imagine Cup, competition tecnologica per studenti. «Siamo passati a videocamere che inquadrano il volto, lo ingrandiscono e riescono così a cogliere microcambiamenti cromatici che annunciano problemi anche gravi».

Il contest Open Innovation

«L’Open Innovation non è solo una chiave che permette alle startup di accedere al mercato e crescere. Un’opportunità per le grandi aziende per mantenere quella velocità che permette di essere sempre innovativi e sostenibili» ha dichiarato nel corso della cerimonia di premiazione Walter Ruffinoni, Amministratore Delegato di NTT DATA Italia, «per questo, convinti del valore dell’innovazione di queste giovani imprese, siamo fieri di premiare le startup vincitrici includendo le loro soluzioni tra le proposte ai nostri clienti, creando valore aggiunto per loro e offrendo alle startup un mercato che le attende». Oltre ad HeartWatch, vincitrice assoluta, sono stati consegnati i judge awards, menzioni speciali da parte dei giurati. Tra i premiati c’è TOI, per l’innovazione e la maturità dimostrata nel settore della raccolta dei dati sui processi industriali. Premiata anche Hiro Robotics, per l’interessante soluzione per rendere più precisi, integrati e funzionali i robot industriali.

Intelligenza artificiale, data analytics e talento: come i CEO affrontano il futuro

Il XXII Annual Global Ceo Survey, condotto tra 1400 amministratori delegati, elaborata da Pwc e presentata alla vigilia del World Economy Forum di Davos, ha messo in luce un segnale di sfiducia nei confronti del futuro. I ceo mondiali prevedono prospettive di crescita per l’economia globale pari al 42%, ben 15 punti percentuale in meno rispetto allo scorso anno. Anche i manager italiani non sono da meno e hanno registrato un calo di 20 punti rispetto al 2018. Il 70% si rivela ottimista per la crescita delle imprese, ma il dato è decisamente inferiore rispetto ai colleghi americani (91%), inglesi (82%) e cinesi (79%).

Timori ed incertezze dei ceo italiani

Nicola Anzivino, partner di PwC che ha curato l’analisi in Italia, ha commentato i risultati a Milano Finanza: «Il dato riflette bene i timori e le incertezze dei ceo italiani, diventati molto più prudenti riguardo il loro business, con un prevedibile impatto sulla propensione a nuovi investimenti industriali». Incertezze anche a lungo termine, in particolare in una proiezione a tre anni. La brexit, le turbolenze finanziarie e numerose altre variabili globali spaventano i manager italiani che hanno una percentuale di fiducia maggiore per la crescita, ma comunque inferiore a Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina.

Un contesto in cui si insinuano anche i dati tutt’altro che rassicuranti sulla produzione industriale di Paesi come la Germania, che altro non hanno fatto che influenzare l’outlook dei ceo italiani. Questi, tuttavia, «si concentreranno su ciò che possono governare», ha proseguito Anzivino, quindi «l’efficienza operativa e il right sizing industriale per avere un maggiore livello di agilità industriale».

Talenti e data analytics per vincere la competizione

Per aumentare la crescita bisogna riconsiderare tutto e puntare sui Data Analytics, l’Intelligenza Artificiale e l’attrazione di talenti all’interno delle aziende. Il sondaggio mette in luce come i manager italiani danno importanza a dati di business completi e affidabili soprattutto se riguardano le preferenze dei clienti. Sono però consapevoli dell’assenza «di uno strumento che possa gerarchizzarli all’origine in base alla strategia aziendale perseguita». L’84% dei ceo mondiali (il 73% in Italia) riconosce il ruolo di game changer che l’Intelligenza Artificiale avrà entro cinque anni. Infine grande attenzione anche alle competenze chiave. Il 54% dei manager italiani valuta con attenzione la reperibilità di competenze chiave, con il 65% che ritiene però sia più complicato assumere nuovi talenti. Come risolvere il problema? Formare del personale interno all’azienda per colmare eventuali carenze di preparazione. Insomma la competizione si vince attraendo i talenti.

Record di investimenti in Italia per il mercato delle startup

Non mancano i capitali sul mercato delle startup in Italia. A confermarlo i dati della Agi che quest’anno registra investimenti quasi quintuplicati rispetto al 2017. Nel corso del 2018 sono stati investiti circa 560 milioni in startup italiane. La cifra deriva dalla somma di capitali investiti dai fondi di venture capital, acceleratori e incubatori sul territorio nazionale e business angels (490 milioni circa). A questi si aggiungono quelli raccolti attraverso le principali piattaforme di crowdfunding (30 milioni) più alcune operazioni ufficiali fatte da privati e investimenti a debito (40 milioni).

I finanziamenti più in Italia per le startup

L’Agenzia giornalistica italiana spiega i motivi di questa crescita: «La “rinascita” del 2018 è dovuta principalmente proprio alla nuova attività di fondi di venture capital. Il veicolo di United Ventures (Uv2), quello di P101 (Programma 102), Vertis e Panakes, protagonisti di diversi round di investimenti a doppia cifra. Non solo, alcuni round hanno raggiunto cifre considerevoli per l’ingresso nel capitale di r ischio delle startup di diversi fondi esteri, americani, spagnoli e tedeschi su tutti».

Il record del finanziamento più alto è di Prima Assicurazioni, startup fondata nel 2015 a Milano, che ha ottenuto a ottobre 100 milioni dai fondi di Goldman Sachs Private Capital Investing e Blackstone Group Tactical Opportunities. La società, che vende assicurazioni online sfruttando algoritmi di intelligenza artificiale propri, a metà dello scorso anno registrava un capitale sociale di 1oo mila euro e ha chiuso il 2018 con il più grande round di venture capital su una società tech in Italia.

Record di finanziamenti dal 2010

Il dato del 2018 fa registrare per l’Italia il record di investimenti da quando nel 2010 si è cominciato a calcolare le operazioni in capitale di rischio verso aziende innovative ai primi anni di vita. Trionfa il settore fintech grazie agli investimenti a doppia cifra come per Moneyfarm, startup fintech fondata in Italia ma con una sede a Londra. Ottima anche l’annata di Satispay che ha chiuso in autunno un aumento di capitale da 15 milioni. La raccolta complessiva è salita a 42 milioni con una valutazione post money di 115 milioni. Sopra i 10 milioni anche le operazioni dell’ecommerce di
Supermercato24 (13 milioni), le auto online di BrumBrum (10 milioni), la microelettronica di Seco (10 milioni) e la media company al femminile di Freeda (10 milioni).

Interessante anche il dato dell’equity crowdfunding, forma di investimento che consente anche a piccoli risparmiatori di comprare quote di startup su siti autorizzati. Nel 2018 sono stati raccolti 30 milioni solo sulle 10 principali piattaforme in Italia

La startup olandese dell’anno è stata fondata da un docente italiano

È nata nelle aule dell’università di Twente, ha traslocato ad Eindhoven e lo scorso novembre è stata acquisita dal colosso israeliano ForeScout Technologies, quotato al Nasdaq. Un’exit di 113 milioni di dollari, un exploit straordinario. Quello che però in pochi conoscono è che in realtà Security Matters, la startup olandese dell’anno, è stata fondata da un italiano. Si tratta di Sandro Etalle, docente universitario assunto nei Paesi Bassi. Insieme a da due studenti, Damiano Bolzoni ed Emanuele Zambon, ceo e cto della società, ha creato questa eccezionale realtà.

I tre cervelli in fuga hanno iniziato ad affrontare il problema della sicurezza informatica industriale nel 2008. Insieme hanno sviluppato una soluzione per affrontare le minacce e le esigenze specifiche di un dominio. Nel 2009 hanno fondato SecurityMatters per presentare SilentDefense al mercato. Negli anni seguenti, l’instancabile diligenza e la stretta collaborazione con gli operatori delle infrastrutture critiche hanno permesso a SilentDefense di crescere e di essere perfezionato nella soluzione leader del mercato che è oggi. Etalle è stato intervistato dal Sole24Ore e ha raccontato di cosa si occupa la startup: «L’azienda realizza e vende un sistema di monitoraggio sviluppato per le reti informatiche dei sistemi industriali: è basato su una nuova tecnologia che si collega alla rete e riesce a “scoprire” una serie di eventi nascosti, importanti per la sicurezza dell’impianto».

SecurityMatters, un progetto di ricerca nato in Olanda

Oggi SecurityMatters fornisce alle infrastrutture critiche e alle aziende di automazione industriale la tecnologia di resilienza informatica industriale best-of-class che consente una rapida identificazione e ripristino dalle minacce alla continuità operativa. SecurityMatters ha una base di clienti globale, con partner e clienti in tutti i settori critici. Sul perché la startup non fosse nata in Italia, Etalle ha le idee chiare: «Credo che sarebbe stato molto più difficile dal punto di vista della cassa. In Olanda i progetti di ricerca vengono pagati in gran parte in anticipo. Un dettaglio ma che fa una differenza enorme. Le fatture vengono saldate in 30 giorni senza ritardi, un aspetto importante e spesso sottovalutato. La nostra banca era disposta a farci un anticipo fatture internazionali, ma non per quelle fatte ad aziende italiane e spagnole. Il motivo? Un recupero crediti troppo complesso».

Dal prestito all’acquisizione milionaria

L’università di Twente ha prestato 60 mila euro per iniziare l’attività. Grazie alla vittoria per un progetto di supporto alle startup, ha subito incassato 250 mila euro. Con garanzie personali e in parte offerte dallo Stato, attraverso la banca i fondatori hanno raccolto altri 750 mila euro. Dopo essere cresciuti con progetti europei e nazionali, nel 2016 venture capitalist ha chiuso un round di finanziamenti di oltre 5 milioni di dollari. Dopo due anni è arrivata l’acquisizione da parte di ForeScout per 113 milioni di dollari.

Milano capitale delle startup innovative. Nel 2018 nate 1505 realtà

Sono 1505 le startup nate nel 2018 a Milano. All’insegna dell’innovazione, queste nuove realtà permettono alla città lombarda di essere capitale italiana e cuore pulsante delle giovani imprese. Quasi un sesto delle 9742 che hanno aperto in totale in tutta la penisola (dati Camera di Commercio di Milano) sono nate proprio a Milano. Grazie ad un ecosistema di acceleratori, incubatori, spin-off, programmi universitari e finanziatori di vario ordine, la città fa da traino per tutto il Paese. Anche il Comune sta spingendo verso queste soluzioni. 238 startup nate nel 2018 hanno avuto il sostegno dell’amministrazione, in aumento rispetto all’anno precedente.

L’assessore comunale alle Politiche per il lavoro, Cristina Tajani, ha analizzato l’argomento: “Le imprese da noi sostenute occupano 9mila soggetti. Il 60% delle attività sono state avviate da donne, soprattutto nei quartieri periferici. Si tratta di progetti per lo più legati al commercio del vicinato, all’artigianalità e alla somministrazione”. Dal 2012 sono 1169 le startup che hanno potuto usufruire dell’aiuto del Comune di Milano. Di queste, 574 erano realtà costituite da meno di cinque anni (di cui 238 startup innovative) e 596 invece costituite prima del 2013. Insieme, generano un fatturato che supera il miliardo di euro. Un dato da non sottovalutare è che solo il 2% ha cessato la propria attività.

La classifica del 2018 e i fondi previsti per quest’anno

Nella classifica Milano è in testa seguita da Roma (916) e Napoli (330), che per la prima volta scalza Torino dal 3° posto. Trieste, Trento e Ascoli Piceno si collocano al vertice per numero di startup sul totale delle neoimprese. Negli ultimi dodici mesi la forza lavoro delle startup è cresciuta in modo più che proporzionale rispetto all’aumento del numero delle imprese: attualmente le startup impiegano 52.512 soci operativi e addetti, facendo registrare un importante +33,2% rispetto alla stessa data del 2017. Il numero è destinato a crescere considerando che da quest’anno il Ministero dello Sviluppo Economico potrà investire anche direttamente nelle startup italiane innovative, e non più solo indirettamente attraverso il meccanismo dei fondi.

Sono stati stanziati 90 milioni di euro per il triennio 2019-2022 e altri 20 milioni per il periodo tra il 2022 e 2025. Queste risorse si vanno ad aggiungere ai 400 milioni del fondo di venture capital di Invitalia che passerà probabilmente a Cassa Depositi e Prestiti (che ha già stanziato altri capitali per gli investimenti in innovazione) nel suo piano industriale 2019-2023 e gestirà così uno strumento ad hoc, strutturato nella forma di una società di gestione del risparmio.

La crescita delle società tech italiane. In Borsa spazio all’innovazione

Sette imprese tecnologiche fanno parte delle prime dieci società al mondo per capitalizzazione. Sei sono quotato a New York, una ad Hong Kong e guidano la crescita dell’industria tech in tutto il mondo. Una trasformazione del sistema economico che però vede l’Europa arrancare e avere un ruolo minore rispetto al boom degli altri continenti. Le imprese digitali quotate rappresentano il 6,2% della capitalizzazione di borsa complessiva. Nello studio intitolato «Il digitale quotato italiano: catena del valore e prospettive» analizza la situazione attuale: «In generale le imprese italiane sono meno propense ad andare in borsa, il numero di società quotate è basso nel settore tech come in tutti gli altri settori industriali: 14 (incluse nel campione) contro le oltre 100 in Germania e Francia. La seconda differenza con il resto d’Europa è che in Italia ci sono tante piccole realtà, ma manca un gigante di settore».

La rivoluzione digitale continuerà

Manca un gigante ma nonostante tutto le piccole realtà sono decisamente dinamiche. Una crescita dell’8,4% del fatturato in due anni, mentre il margine lordo complessivo è aumentato del 17,6%. Secondo Intermonte, principale investment bank che ha effettuato lo studio, anche in futuro le stime sono in crescita. La rivoluzione digitale continuerà nei prossimi anni e quindi non mancheranno le opportunità di business che anzi dovrebbero
aumentare. L’assetto azionario di queste imprese sono tradizionali. 2/3 hanno controllo familiare ma rappresenta più un punto di forza che una debolezza. Ciò che preoccupa è la concentrazione sul mercato nazionale. In caso di arresto della crescita nazionale, l’espansione all’estero diventa perciò un’esigenza prioritaria.

L’obiettivo è la quotazione in borsa

«La tendenza è sicuramente quella di puntare all’internazionalizzazione come chiave del successo», dice Andrea Randone, responsabile ricerca
Mid-Small Caps di Intermonte Sim.  «Ci aspettiamo che nei prossimi anni la dipendenza dall’Italia diminuirà perché le società potranno crescere
all’estero sia in via organica, come già sta accadendo, sia con acquisizioni che sono la principale leva per accelerare la crescita estera». La soluzione? La quotazione in borsa per la conquista dei mercati internazionali. Inoltre l’approdo alla quotazione rende possibili sistemi di visibilità e incentivazione dei dipendenti e garantisce maggiore trasparenza verso l’esterno. Inoltre consente alla società di guadagnare più facilmente la fiducia dei clienti, specie di quelli più grossi. La prospettiva vede numerose quotazioni tech in futuro ma a patto che ci siano le condizioni di mercato adatte.

I competence center, alleanza imprese-università per l’innovazione

Nascerà a Milano, al polo della Bovisa, il competence center “Made”. Secondo quanto descritto dal decreto che ha dato il via alla loro creazione, si tratta di “un polo di innovazione costituito, secondo il modello di partenariato pubblico-privato, da almeno un organismo di ricerca e da una o più imprese. Il numero dei partner pubblici non può superare la misura del 50% dei partner complessivi”. Durante la presentazione sono stati resi noti i nomi dell’industria nazionale che faranno parte di questo progetto. Tra quelli presenti Brembo, Siemens, Comau, Bosch, Ibm, Stmicroelectronics, Prima Industrie, Sap e tanti altri.

Cosa sono i competence center

In tutto sono 39 i partner privati che faranno parte del progetto. Alla guida c’è il Politecnico di Milano. L’università è stata in grado di intercettare 11 milioni di fondi Mise, a cui si aggiungono altrettante risorse messe a disposizione dai partner privati. Il competence center di Milano è solo l’ultimo di otto centri creati in Italia che dovranno occuparsi del trasferimento tecnologico. Nasceranno, o sono nati, a Torino, Milano, Bologna, Pisa, Padova, Napoli, Roma, Genova. Tra le funzioni previste anche l’attuazione di progetti di innovazione, ricerca industriale e sviluppo sperimentale, proposti dalle imprese, compresi quelli di natura collaborativa tra le stesse, e fornitura di servizi di trasferimento tecnologico in ambito Industria 4.0, anche attraverso azioni di stimolo alla domanda di innovazione da parte delle imprese, in particolare delle PMI.

I progetti di innovazione sono “progetti aventi ad oggetto servizi di consulenza in materia di innovazione. Servizi di sostegno all’innovazione, innovazione dell’organizzazione, innovazione di processo, secondo le definizioni di cui al regolamento GBER”.  “Made”, competence center di Milano, avrà un’area 2mila metri quadri dove verranno allestite 14 isole tecnologiche. Il presidente Marco Taisch ha dichiarato alla stampa: «Le aziende partner hanno messo a disposizione non solo quattro milioni in risorse monetarie ma soprattutto tempo fisico del proprio personale, in totale 100 anni/uomo, proprio per attivare al meglio questi percorsi di trasferimento di know-how».

Gli obiettivi a medio termine

La trasformazione digitale delle imprese passa per i competence center. Un passo fondamentale per l’innovazione in chiave 4.0 disegnato con il Piano Nazionale Industria 4.0 del 2016. Insieme ai Digital Innovation Hub sono il punto di riferimento per le imprese che vogliono avvicinarsi a industria 4.0, conoscerne le opportunità, sperimentare le tecnologie digitali e definire progetti per integrarle nei processi produttivi». Obiettivo a medio termine di MADE è raggiungere in tre anni più di 10.000 persone attraverso attività di informazione e divulgazione sulle potenzialità delle tecnologie digitali, erogare più di 86.000 ore/uomo diformazione, sviluppare più di 390 progetti e 200 assessment digitali coinvolgendo circa 15.000 aziende, per l’80% Pmi, che saranno contattate una volta costituito il Competence Center.

Le misure previste per le startup dalla manovra di Bilancio

Punta al mercato dell’innovazione la Legge di Bilancio 2019. La misura più importante riguarda la nascita di un “fondo dei fondi” nazionale, in grado di essere leva per attirare alcuni miliardi di euro di investimenti italiani in fondi venture capital, che a loro volta investano in startup. Si tratta di un fondo di sostegno al venture capital in capo al ministero dello sviluppo economico con 30 milioni di euro per gli anni 2019, 2020 e 2012 e di 5 milioni di euro dal 2022 al 2025.

Startup, le misure previste per favorire le “exit”

Per quanto riguarda le startup innovative c’è anche l’aumento, al 40 per cento, degli incentivi fiscali per investimenti nel capitale di rischio. Se un’azienda (non startup) compra il 100% di una startup innovativa e la detiene per almeno tre anni ha una deduzione fiscale maggiorata al 50%. Il Sole24Ore analizza le misure pensate per il 2019. Il quotidiano prevede che quest’ultimo strumento sia stato pensato per favorire le “exit” delle startup e la loro crescita in aziende innovative strutturate (cosa che è stata sempre una delle maggiori lacune del mercato italiano). Ufficializzata inoltre la categoria dei business angel. Un registro tenuto da Banca d’Italia conterrà i soggetti che investono in modalità professionale almeno 50mila euro in tre anni in startup italiane. La legge semplifica infine le comunicazioni annuali: le startup potranno farle sul portale del ministero (invece che in camera di commercio).

La soddisfazione di startupper e associazioni

Gianmarco Carnovale, startupper tra i pionieri dell’innovazione sulla scena romana, è stato intervistato per esprimere il suo parere sulle manovre adottate dal Governo. Queste le sue parole riportate dal Sole24Ore: «Credo che tra fondi dello Stato, di Cdp e quelli messi per effetto leva dai venture, a regime si possa arrivare a 3-4 miliardi di euro, fra due-tre anni; tempo necessario perché il mercato si dimensioni. Così arriveremmo ai livelli del mercato startup attuale della Francia; mentre finora il nostro è stato di un ordine di grandezza inferiore».

Le ultime stime del Politecnico di Milano dicono che gli investimenti in startup in Italia hanno raggiunto 598 milioni di euro. Sono quasi raddoppiati rispetto al periodo precedente equivalente (qui inclusi 229 milioni di investimenti esteri). «Il piano del Governo arriva al momento giusto, a sostegno di un periodo di crescita organica del nostro mercato». Anche l’associazione Italia Startup ha espresso soddisfazione per le misure adottate.