L’Italia è nel club esclusivo dell’Intelligenza Artificiale

L’Italia è in uno speciale G8 che nel 2022 dovrebbe sfiorare gli 80 miliardi di dollari di investimenti. È un esclusivo club dell’Intelligenza Artificiale. A parlarne è Rita Cucchiara a La Stampa: «Siamo una delle potenze di questa tecnologia che l’Ue ha dichiarato strategica». La professoressa di sistemi di elaborazione dell’informazione all’Università di Modena e Reggio Emilia è a capo del centro che coordina le ricerche e i progetti sull’IA. L’obiettivo è creare un ecosistema favorevole, dal momento che chi vuole restare nel club delle menti sintetiche non può mai stare fermo, ma correre verso il futuro. Per la docente il futuro ha tante declinazioni come le “smart cities”: «Le auto dialogheranno con i semafori e si scambieranno informazioni sullo stato del traffico o sui movimenti dei pedoni, mentre ogni smartphone sarà in contatto con sensori e robot».

L’IA trasformerà tutto ciò che toccherà, dalla medicina di precisione, con diagnosi e terapie su misura, all’industria 4.0, con produzioni interconnesse e automatizzate (e, anche queste, personalizzate secondo le richieste del cliente). Alla base ci sono le ricerche per rendere le reti neurali più agili e versatili. «Noi italiani siamo molto bravi nello studio dei modelli di apprendimento e ragionamento automatico, nella “computer vision”, vale a dire i sistemi di riconoscimento da immagini, e in quello del “natural language processing”, le interfacce di comprensione del testo e del parlato per la comunicazione uomo-macchina». E – aggiunge Cucchiara – esiste un ulteriore aspetto: «La cosiddetta “embodied AI”», in cui si studia come intrecciare le abilità cognitive di una mente sintetica con le capacità di interazione nell’ambiente dei robot, sempre più mobili e collaborativi.

Le sinergie con le aziende

Rita Cucchiara  fa parte del gruppo dei 30 specialisti selezionati dal ministero dello Sviluppo Economico per supportare la strategia italiana, che sarà coordinata con quella europea. «A me – dice – sta a cuore la necessità di una stretta collaborazione tra università e industria». E cita il caso del suo laboratorio, in cui tre dei cinque dottorandi del 2019 sono finanziati da aziende: «Si tratta di Ferrari, Panasonic e MetaLiquid». Con Ferrari – spiega – «abbiamo un laboratorio RedVision e studiamo le interazioni uomo-veicolo, con Panasonic, nella sede dei Beta Labs di San Francisco, sperimentiamo reti neurali per riconoscere persone e con MetaLiquid cerchiamo di interpretare in modo automatico le azioni». Quest’ultima è una start-up made in Italy che ha sviluppato un algoritmo di «machine learning» capace di interpretare i video in tempo reale. Capisce se un individuo ride o piange, dove si svolge un evento, se appaiono scene di violenza o di sesso.

Alla ricerca di una nuova Olivetti

Nei laboratori – e nei 50 «nodi» della ricerca italiana – si affina la teoria e si moltiplicano i test, «ma è essenziale il contributo dell’industria e in Darticolare dell’industria informatica. A noi servirebbe una nuova Olivetti». Il settore, in Italia, è ridotto a una taglia piccola e media e mancano i pesi massimi. Nell’attesa, per fortuna, ci sono nomi in crescita. Uno è E4, «che ha fornito il super-calcolator e D.A.V.I.D.E. per il “deep learning” di Cineca, il consorzio universitario specializzato nei servizi di calcolo». Infine arriva l’appello della professoressa: «Nella scuola dobbiamo ibridizzare i corsi, nel nome della multidisciplinarità». E poi ideare nuove regole con cui gestire l’imminente rivoluzione.

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